martedì 5 ottobre 2010

HO RINNOVATO I MIEI PATTI CON LA TERRA

PAOLA ALCIONI poeta

Ho rinnovato i miei patti con la terra.
Terra mia, madre di ogni germoglio...

Ho raccolto la terra, l’ho setacciata e impastata, con ghiande e preghiere.
Ne ho fatto un pane tondo e schiacciato e, sempre pregando, l’ho cotto.
Poi mi sono inginocchiata e l’ho spezzato, portandone un pezzo alla bocca.
Con la mia terra mi sono comunicata, come se fosse un’ostia. Così facevano i nostri antenati.

"Dalle tue mani vuote e incatenate, si leverà un giorno un sogno" predisse l'Indovino.
La dignità della mia terra, che si leva al grido delle genti, per trasformarsi in libertà! pensavo...

Ho indossato sulle spalle il mantello di Poeta e ad armacollo l'antico pugnale di Guerriera.
Coraggio di cuoio ho stretto ai polsi, come fa la mia gente da millenni per difendersi dallo sfregare delle catene.
Ed ho cominciato a mettere passi nella dura via della tempesta, con il vento e il crepuscolo d'autunno per compagni.

Giunta al crocevia, mi aspettava la Nemica, TresCaras.
LA SORTE, LA VITA, LA MORTE sono i suoi tre volti, nascosti da cappucci intessuti di ghiaccio ed euforbia.

Nella nostra partita millenaria, oggi toccava a lei la mossa.
LA VITA sceglie regole e forme, LA MORTE luoghi e tempi per giocare, LA SORTE sceglie sotterfugi e persone.
Io non scelgo niente. Dunque gioco, perché se non gioco perdo in ogni caso.

Ecco la mossa!
Si tende l'agghiacciata mano e suscita il gesto della Puttana dalle nebbie d’autunno una figura...
La nuova prova, pensata per annientarmi, per spezzarmi il cuore...

Ho fatto un passo, ho guardato il tuo giovane volto ed ho tremato.

Tradimento...
Ma neanche le altre mosse erano leali.
La Grande Bastarda...

Lasciato cadere il mantello, ho serrato i denti, ho stretto ancor più il cuoio ed afferrato il pugnale, per tagliare le maniche alla tunica, i miei capelli lunghi di oleandro e recidere il sogno alla radice, dividendomi l'anima in due parti.

Poi mi sono incamminata.

Gocce vivide ingoiava la polvere del sentiero ed il buio, dietro i miei passi incerti.
E mentre a fatica e senza senso mettevo l'uno davanti all'altro quei miei passi, dalle mani vuote e incatenate, lasciavo andare libero il mio sogno.
Il mio sogno migliore.

Solo quando si è spenta alle mie spalle l'eco della risata tre volte folle, mi sono fermata sotto l’arco indifferente della sera pervasa di fragranza di gelsomini.
E a capo chino - cadendo con un ginocchio a terra, il petto aperto dai singhiozzi ed il tuo nome alle labbra - ho pianto.
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