martedì 14 aprile 2009

Antonio Gramsci, gli anni giovanili: un marxista contro il "Capitale"


Antonio Gramsci nacque ad Ales, vicino a Cagliari nel 1891. Guadagnata la licenza liceale, nel 1911 ottenne una borsa di studio offerta dal Collegio Carlo Alberto di Torino, riservata a studenti poveri dell' ex Regno di Sardegna. La prova scritta consisteva in un tema avente per oggetto il contributo degli scrittori prerisorgimentali all'unità italiana. A vincere fu Lionello Vincenti, poi germanista. Secondo arrivò Palmiro Togliatti, nono Antonio Gramsci.
Giunto nel capoluogo piemontese, Antonio si iscrisse alla facoltà di lettere. La borsa di studio gli bastava appena per pagare l'affitto di una camera ammobiliata e pranzare in latteria.
Antonio e Palmiro Togliatti si conobbero presto e scoprirono di avere in comune una grande curiosità intellettuale. Palmiro vide che il piccolo sardo malato di nervi e deforme era un genio "dal corpo tormentato e sofferente e dagli occhi grandi e luminosi". Stavano spesso insieme, ma erano entrambi scontrosi e chiusi. Forse non furono mai amici fraterni com'è scritto nella mitologia comunista. Erano affinità elettive, ma in un senso diverso da quello proposto da Goethe, affinità che si incontravano "astrattamente" dalla vita. Nelle lettere a casa, Antonio non nominò mai Palmiro, parlò piuttosto di Cesare Berger, Camillo Berra, Angelo Tasca. Non è chiaro quando Gramsci prese la tessera del partito socialista, certo molto prima di Togliatti, il quale raccontò di essersi iscritto nel 1914, ma non era vero. Gran bugiardo. Togliatti non era impegnato politicamente e non era già marxista. Fu Gramsci a stimolarlo. Ed a stimolare Gramsci fu Tasca.
Secondo la testimonianza di Andrea Viglongo, studente operaio iscritto al partito socialista, Gramsci si fece vedere in sezione nel 1915, Togliatti no. "Toccava a me ritagliare gli indirizzi degl iscritti per la spedizione del materiale. Mai visto il nome di Togliatti." Il fatto è che Togliatti fu interventista, e andò volontario a combattere gli austriaci. Siccome era miope, lo misero nella Croce Rossa. Poi in seguito ad una revisione, riuscì a diventare un soldato combattente e chiese persino di frequentare la scuola ufficiali. Divenne solo caporalmaggiore. Gramsci, invece, entrò nella redazione torinese dell'Avanti, il giornale socialista. Eppure non mancano testimonianze che ricordano che anche Antonio Gramsci fu interventista, almeno per qualche mese. Può essere che egli si sia fatto infiammare da qualche conferenza di Benito Mussolini, che allora era direttore dell'Avanti?
Al tempo, il cavalier Benito era ancora un capo socialista indiscusso. Si dice che Gramsci abbia stracciato la tessera del partito proprio perché interventista e perché impressionato da Mussolini. Si sa che Benito scrisse a Tasca, invitandolo a collaborare al "Popolo d'Italia" . Tasca rifiutò, ma Gramsci raccolse l'invito, inviando a Mussolini un articolo sui contadini sardi, che però Benito non pubblicò. Segno che ormai Mussolini guardava molto oltre il socialismo, tanto da vederlo come un nemico.

Al di là della formula ambigua adottata dai vertici del partito socialista nei confronti della guerra, la ben nota "Né aderire né sabotare", si celavano profonde divisioni. I dirigenti della Confederazione generale del lavoro, sottolineando il "non sabotare", di fatto si offrirono al governo come argine per contenere eventuali rivolte popolari. Gli altri sottolineavano, compreso il riformista Turati, il "non aderire" e non era una sfumatura.
Quando Togliatti tornò dalla guerra, Gramsci era ormai un dirigente socialista. E convinse Togliatti a seguirlo. Intanto era accaduto qualcosa di veramente sconvolgente. I marxisti bolscevichi erano al potere in Russia. La guerra aveva cambiato il corso della storia proprio nel senso desiderato dai nemici della guerra, mentre i fautori della guerra sembravano seriamente preoccupati. L'esistenza di un paese, grande come la Russia, con dichiarati marxisti al potere, smentiva ogni loro previsione.
Gramsci e Togliatti si trovarono a fondare "L'Ordine Nuovo" un giornale con propositi rivoluzionari. Ma i due non si trovarono poi sempre d'accordo. Gramsci promosse infatti un gruppo di "educazione comunista" al quale Togliatti non aderì. Al congresso socialista di Torino furono contrapposti e Togliatti, insieme a Tasca e Umberto Terracini vinse largamente, con 406 voti tra i delegati; il gruppo di Gramsci ottenne solo 36 voti. Era la prima frattura e si registrava proprio all'interno degli ordinovisti.

Come mai? La verità potrebbe averla centrata Giorgio Bocca nel suo libro su Togliatti. C'era smania di fare qualcosa, ma nessun progetto, nessuna linea che non fosse quella della propaganda e della denuncia. "Manifestazione di attivismo, più che meditata e concorde operazione culturale e politica: è un gruppo di amici che vogliono fare ed hanno i mezzi per fare". (1)
Intanto le cose son cambiate anche nel partito; c'era stata una fregola massimalista provocata da Giacinto Menotti Serrati, i riformisti di Turati erano stati messi in minoranza, fu votata l'adesione alla III Internazionale di Lenin. Ma nessuno si era ancora reso conto della gravità e della pesantezza della scelta. Gramsci fu il più rapido a fiutare le opportunità offerte. Fu lesto a procurarsi i testi di Lenin, a farli tradurre, a leggere i documenti, diffonderli nelle fabbriche, spiegarli passo a passo.
«Da Gramsci - scrive Bocca - viene la spinta a verificare se le parole d'ordine leniniste e i modelli sovietici hanno una corrispondenza nel mondo operaio torinese e la spinta a fare una rivista che sia, a un tempo, occasione di incontri e strumento didascalico. Ma in essa, questo è il punto, non ci saranno chiusure totali, in essa potranno giungere voci diverse... E' il gruppo a progettare il giornale nuovo, ma ne sono Gramsci e Tasca i veri artefici. I due sono cresciuti come uomini politici, hanno grosse ambizioni e sanno essere, al momento, complementari: Gramsci non potrebbe fondare una rivista senza l'appoggio organizzativo di Tasca che a sua volta non può fare a meno dell'apporto intellettuale del primo.» (2)

Alla fine dell'estate 1920 accadde alla FIAT qualcosa di straodinario. Il 30 agosto fu proclamato lo sciopero generale dei metalmeccanici. Gl industriali risposero con la serrata e gli operai occuparono le fabbriche. I consigli operai assunsero pieni poteri e alla FIAT gli operai, invece di bivaccare e darsi al libero amore con le donne del popolo e la bottiglia di barbera, come pronosticato dai benpensanti,decisero di continuare il lavoro. Senza tecnici e dirigenti, essi produssero 37 automobili al giorno, oltre la metà della produzione normale. Uno sforzo stakanovista che però dimostrava che si può fare a meno di padroni e sorveglianti, puntando tutto sull'esperienza professionale e la cooperazione.
Si veniva profilando una situazione insurrezionale vera e propria. Molti operai erano armati. FIAT centro disponeva di 5000 colpi di mitragliatrice. Sembran tanti, ma sono niente. Il vertice del partito e del sindacato era consapevole della gravità della situazione. Attaccare non si poteva. Al massimo ci si poteva difendere, ma a che scopo? Nessuno, nei nervosi incontri tra operai torinesi, vertici del partito e del sindacato, sostenne apertamente la possibilità insurrezionale. Tirava aria di sconfitta, e invece, a ben guardare, la sconfitta fu una mezza vittoria grazie al buon senso di Giolitti, che pilotò la situazione a cospicui aumenti salariali. Agnelli arrivò a proporre una cogestione... che fu rifiutata ancora una volta con posizioni massimalistiche. Lungimiranza borghese e miopia proletaria. La paura di perdere allunga la vista e la smania di combattere l'accorcia.
Bocca racconta: «L'occupazione finisce il 26 settembre: il decreto giolittiano sul controllo operaio dell'azienda offre una onorevole via di ritirata, i miglioramenti salariali e normativi riescono in qualche modo a rendere accettabile la grossa sconfitta del movimento rivoluzionario... La sconfitta a Torino non è imputabile a Gramsci o agli ordinovisti, i quali né hanno voluto l'occupazione delle fabbriche, né se ne sono nascosti i grossi rischi; se si è arrivati al punto in cui si è arrivati è perché gli operai, esasperati, sopravvalutando la loro forza, sono andati troppo in là. Ma il partito vuole un colpevole, le accuse si accentrano su Gramsci, rispunta il peccato di interventismo, il suo nome è depennato dalle liste elettorali. Togliatti non difende Gramsci nelle assemblee, né Gramsci gli chiede di intervenire: il rapporto tra i due è politico. Gramsci deve essere momentaneamente sacrificato alle vendette dei "mandarini" e non conviene che Togliatti perda il suo posto di potere, ecco tutto.» (3)

Non si può dire che fino a questo periodo di relativa sfortuna il giovane Gramsci avesse già maturato una visione politica e filosofica completa. Però, come vedremo ora, il suo non era un marxismo generico, tendente ad aperture positivistiche. Tutt'altro. Passato da un generico "sardismo" ad un socialismo estremo e combattivo, rimane il neo non sufficientemente approfondito della breve parentesi interventista, di quell'articolo inviato a Mussolini. Certo è che dopo lo sbandamento, Gramsci cominciò a scrivere sulle pagine torinesi dell'Avanti, sul "Grido del popolo", infine su "L'Ordine Nuovo". Gli scritti giovanili sono ora raccolti in volume, li si può leggere. Troveremo tracce di Labriola, di Sorel, di Croce, soprattutto di Lenin, persino dell'interpretazione gentiliana del pensiero di Marx. Nicola Badaloni ha notato che negli anni in cui Gramsci cominciò a scrivere, il sorelismo, come filosofia della rivoluzione, aveva già conosciuto una sconfitta. Di fatto si era dimostrato incapace di difendersi dalle versioni reazionarie ed irrazionaliste che proprio dal sorelismo avevano tratto una loro matrice. Lo scritto di Gramsci Il sillabo ed Hegel è un tentativo di presentare hegelianamente il rapporto Hegel-Marx in Sorel. Ad esso segue La rivoluzione contro il capitale. Nella quale Gramsci spiegava: «Se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono "marxisti", ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l'uomo, ma la società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace.» (4)

Un passo come questo dovrebbe dare da pensare. Non è un marxismo che annulla il soggetto, o riduce la formazione della coscienza ad una collocazione sociale. Non fa previsioni sul futuro ineluttabile. Qui il soggetto è rivalutato, è visto come protagonista in attività. E' l'influenza di Sorel, ma anche di Croce, volendo, persino di Gentile. L'interpretazione della rivoluzione russa non è in negativo, non è vista come una rivoluzione che smentisce la profezia dell'inevitabilità delle crisi e del crollo del capitalismo nei paese maturi, ma rappresenta una rivincità della volontà, del soggetto politico organizzato capace di imporsi con azione rapida, diretta allo scopo. In essa vi è combinazione di presa del potere e realizzazione di un nuovo potere: i soviet, cioè i consigli degli operai, le assemblee dei produttori che si autolegittimano in quanto espressione di una umanità che produce i propri mezzi di sussistenza. Sorel aveva negato che l'economia si sarebbe necessariamente sviluppata in senso socialista. Anzi, aveva preso da Bernstein l'idea che il blocco storico-sociale dominante sarebbe stato capace, per lungo tempo, di contenere ogni sviluppo in senso socialista. Ora la rivoluzione russa faceva saltare anche questo schema, ma inverandolo, cioè evidenziando il ruolo dell'azione "politica" soggettiva.
«Conseguenza di tutto ciò - commenta Badaloni - è non solo un nuovo rilievo dato al tema del partito, ma anche il risorgere di quello del divenire storico, affidato ora alla forza reale del proletariato, garantito non da un conforme muoversi della realtà economica, ma invece da quella libertà di scelta rivoluzionaria rispetto a cui l'economia funge soltanto indicatore della profondità dei rapporti reificati da dominare. Dal punto di vista teorico la soluzione sembra di pretta marca idealistica. Dal punto di vista politico, l'esito è opposto, rispetto alle varie soluzioni umanistiche che ripresentano il tema della evoluzione.» (5) Infatti, Gramsci puntava l'indice non già sull'evoluzione sociale, ma sulla rottura, sulla sostituzione dei governanti con altri governanti, di una classe dominante con la classe antagonista. E presentava un modo di essere "marxisti" del tutto diverso perché criticava il determinismo e l'economicismo impliciti in una concezione scientistico-positivistica del Capitale di Marx, rivalutando il momento dell'iniziativa politica cosciente.

Era inevitabile che tali posizioni portassero ad una rottura con la palude socialista, che ancora ospitava il riformismo più deteriore, quello dei compromessi e degli inciuci.
Il partito socialista era allora diviso in molte correnti e fazioni. Per comodità se ne possono distinguere quattro: i riformisti di Filippo Turati, i massimalisti di Giacinto Serrati, i comunisti guidati da Amadeo Bordiga, ed un secondo gruppo di comunisti, legati ai Consigli Operai di Torino, che era in sostanza il gruppo de "L'Ordine Nuovo", cioè il "destro" Angelo Tasca, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Rita Montagnana e Palmiro Togliatti. I riformisti continuavano a sostenere l'alleanza tra classe operaia e il capitalismo moderno rappresentato da Giolitti. Il gruppo di Serrati era maggioritario e al Congresso di Bologna dell'ottobre 1919 aveva strappato la direzione del partito a Turati, aveva aderito alla III Internazionale, aveva incluso nel suo programma la rivoluzione armata. Ma con la grave sconfitta del '20 il massimalismo aveva mostrato tutti i suoi punti deboli. Non era stato capace di guidare gli operai, non era stato nemmeno capace di approfittare delle lotte operaie. Poi, Serrati aveva commesso un secondo errore alla luce dell'internazionalismo richiesto da Mosca: pur continuando a simpatizzare per Lenin, aveva rifiutato le Ventuno condizioni per poter essere considerati membri del Comintern. In particolare, Serrati aveva deciso di non espellere Turati e di non adottare il nome di "partito comunista". La posizione di Serrati è comprensibile: Turati era stato uno dei pochi riformisti europei decisamente contrario alla guerra. Aveva visto molto più lontano delle acute occhiate d'aquila dei nazionalisti e degli interventisti. Come rinunciare a questo patrimonio? Perché buttarlo nell'immondizia proprio nel momento in cui occoreva la massima unità dei proletari per sconfiggere il pericolo fascista? Non era forse giusto vedere nelle Ventuno condizioni dettate da Lenin una sottovalutazione del pericolo fascista in Italia?
Al Congresso di Livorno, massimalisti e riformisti respinsero la mozione comunista. I due gruppi comunisti abbandonarono l'aula e andarono a fondare il Partito comunista d'Italia in una sala teatrale (già prenotatata in precedenza).

In un triviale giudizio del delegato del Comintern Degott si può trovare una grande verità: "Gramsci non aveva il fisico." Non era all'altezza di un qualsiasi tribuno del popolo, non sapeva trascinare, non era come Mussolini o come Lassalle, come in parte Turati, od un qualsiasi comiziante della CGIL. Gramsci era un fine ragionatore. Quando parlava, la platea sbadigliava e solo pochi lo stavano a sentire. Pochissimi capivano il senso di quello che diceva. Il nuovo partito comunista non era gramsciano, e nemmeno bolscevico. Era il partito di Bordiga, dottrinario e dogmatico. Con Bordiga stavano gran parte dei giovani transfughi della federazione giovanile socialista. Tra le altre cose, pare che Gramsci sia entrato nella direzione del partito per il rotto della cuffia.

(continua)

(1) Giorgio Bocca - Palmiro Togliatti - Laterza 1973, ora Mondadori 1991
(2) ivi
(3) ivi
(4) A. Gramsci - Scritti giovanili 1914-1918- Einaudi 1958 (qui puoi leggere il testo completo dell'articolo)
(5) N. Badaloni - Il marxismo di Gramsci - Einaudi 1975
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