domenica 27 maggio 2012

Unu bentu


Tina Giudice Marras

Si s'origra paras a su entu
in mesu de chercos seculares
in percas, in costeras, in nuraghes,
in pinna de sos montes de Sardigna
da-e monte Rasu a Limbara
Gonare e Gennargentu,
intendes prantu, suspiru e lamentu
de animas kenza pasu, in turmentu,
ch'invocan zustissia e consolu.
(Tina Giudice Marras)
a trumas sun andende
che masones de lupos urulende
in sa terra prinza 'e terrore.
in sas intragnas zughet ranchidore,
in sos trainos sambene no abba.
in donzi matta unu dolore,
in donz'ispina unu lamentu acutu.
Lezes barbaras pro custa terra in luttu
da-e barbaros sempre cumandada:
a sedda e a isprone est domada, e si podian
nd' isperdian sa razza!
La jughen sempre istrazz'istrazza
piratas, galiottos, mercenarios,
prantan banderas populos varios
furisteris de cada zenia, messan fruttos de tancas,
binzas e livarios,
Semenan sale, fogu e tribullia.

giovedì 12 aprile 2012

LA NOSTRA BANDIERA


VERSI DEDICATI ALLA NOSTRA BANDIERA....

Scritta da Dino

Ti ho visto su un antica costiera
sventolare nel vento sempre più fiera
a guardia imponente
della mia isola e della mia gente
ti ho visto in Europa in America e Giappone
ma sempre nelle mani di chi ti ha nel cuore
era un sardo emigrato
che non scordava dove era nato
ti ho visto nelle mani di chi ti ha venduto
parlando di promesse che non ha mantenuto
ti sventolava e rideva
pur sapendo ciò che faceva
ti ho visto sventolare nelle mani di un bambino
e il suono dello sventolio sembrava un violino
lui ( il bimbo) non si deve vergognare
se sotto di te si mette a sognare
Si mia bandiera ti ho visto sventolare
anche in mano ad un sardo che andava a scioperare
ti aveva con orgoglio tra le sue mani
sperando al futuro pensando al domani
ti ho visto vicino al tricolore
piena di vanto e orgoglio dei tuoi figli e del loro sudore
ti ho visto in mano ad un indipendente
che sognava per te e la sua gente
dicono che sei aragonese o templare
per noi sei l'orgoglio di un isola in mezzo al mare
sei come un germoglio
e non ci stancheremmo mai di sventolarti con orgoglio
te lo dico con tutta la mia onestà
tu sei la mia bandiera grazie per la mia Sardità...



venerdì 6 aprile 2012

Günter Grass, poema: "Quello che deve essere detto." di Israele




Il tedesco Günter Grass – premio Nobel per la letteratura – nel suo poema
 Quello che deve essere detto afferma che «la rivendicazione di Israele a colpire per prima» è una minaccia alla pace mondiale. 


 In un poema pubblicato mercoledì – che ha sollevato dure critiche sia in patria che in Israele – il tedesco Günter Grass – premio Nobel per la letteratura – ha definito Israele una minaccia alla «già fragile pace del mondo».


Nel poema, intitolato Quello che deve essere detto, pubblicato sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung e fra gli altri in Italia su La Repubblica, Grass critica quella che descrive come l’ipocrisia dell’Occidente nei confronti del sospetto programma nucleare di Israele, ipotizzando che Israele potrebbe essere coinvolto in azioni militari contro l’Iran per impedirgli di costruire la bomba atomica. 


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 Quello che deve essere detto 


 PERCHÉ taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo quanto è palese e si è praticato in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti, noi siamo tutt’al più le note a margine. 

E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo che potrebbe cancellare il popolo iraniano soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato, perché nella sfera di sua competenza si presume la costruzione di un’atomica. 

E allora perché mi proibisco di chiamare per nome l’altro paese, in cui da anni — anche se coperto da segreto — si dispone di un crescente potenziale nucleare, però fuori controllo, perché inaccessibile a qualsiasi ispezione? 
Il silenzio di tutti su questo stato di cose, a cui si è assoggettato il mio silenzio, lo sento come opprimente menzogna e inibizione che prospetta punizioni appena non se ne tenga conto; il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente. 

Ora però, poiché dal mio paese, di volta in volta toccato da crimini esclusivi che non hanno paragone e costretto a giustificarsi, di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se con lingua svelta la si dichiara «riparazione», dovrebbe essere consegnato a Israele un altro sommergibile, la cui specialità consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio, dico quello che deve essere detto. 

Perché ho taciuto finora? 
Perché pensavo che la mia origine, gravata da una macchia incancellabile, impedisse di aspettarsi questo dato di fatto come verità dichiarata dallo Stato d’Israele al quale sono e voglio restare legato. 

Perché dico solo adesso, da vecchio e con l’ultimo inchiostro: La potenza nucleare di Israele minaccia la così fragile pace mondiale? 
Perché deve essere detto quello che già domani potrebbe essere troppo tardi; anche perché noi — come tedeschi con sufficienti colpe a carico — potremmo diventare fornitori di un crimine prevedibile, e nessuna delle solite scuse cancellerebbe la nostra complicità. 

E lo ammetto: non taccio più perché dell’ipocrisia dell’Occidente ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile che molti vogliano affrancarsi dal silenzio, esortino alla rinuncia il promotore del pericolo riconoscibile e altrettanto insistano perché un controllo libero e permanente del potenziale atomico israeliano e delle installazioni nucleari iraniane sia consentito dai governi di entrambi i paesi tramite un’istanza internazionale. 

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi, e più ancora, per tutti gli uomini che vivono ostilmente fianco a fianco in quella regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita, e in fin dei conti anche per noi. 

(traduzione di Claudio Groff, La Repubblica)
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 L’84enne Grass ha detto che si è ritrovato spinto a scrivere dopo la recente decisione di Berlino di vendere ad Israele un sottomarino in grado di «spedire le proprie testate tutto-distruttive dove non è provata l’esistenza nemmeno di una singola bomba nucleare». 


 Scrive: «Il potere di Israele mette in pericolo la già fragile pace del mondo». 
Il suo componimento critica soprattutto «la rivendicazione di Israele a colpire per prima» l’Iran. 


 Grass invoca anche un «controllo non ostacolato e permanente della capacità nucleare di Israele e degli impianti nucleari iraniani, per tramite di un ‘corpo’ internazionale». 
 Grass non cita gli appelli per la distruzione di Israele fatti dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, invece indica il popolo iraniano come «soggiogato da uno spaccone». 


 È opinione diffusa che Israele abbia un arsenale di armi atomiche – ma non lo ha mai ammesso – mentre persegue una politica ufficiale diambiguità per scoraggiare i potenziali attaccanti. 


 Israele ha ricevuto dalla Germania 3 sottomarini classe Dolphin – due interamente pagati da Berlino ed uno per metà – altri 2 sono in costruzione ed il contratto per il sesto è stato firmato lo scorso mese. 


 I sottomarini della classe Dolphin possono portare missili con testate nucleari, ma non ci sono prove che Israele abbia proceduto in tal senso. 
 D’altra parte, l’Iran insiste nel dichiarare di ricercare il nucleare per soli fini energetici e medici. 


 Grass ha detto di essere rimasto a lungo in silenzio sul programma nucleare di Israele perchè il suo Paese aveva «commesso crimini che non hanno paragoni» ma di essere arrivato al punto di vedere tale silenzio come una «gravosa bugia ed una coercizione» ed il violare tale silenzio come una cosa che porta con sè una punizione: «il giudizio di antisemitismo così facilmente usato». 


 Nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, Grass invitò i suoi fratelli tedeschi a fare i conti con le dolorose storie legate ai nazisti. 


Vince nel 1999 il premio Nobel per la letteratura, dopo aver pubblicato nel 1959 il The Tin Drum che lo proclama figura letteraria principe, orientata a sinistra.  


Ma la sua immagine ha risentito del fatto che nella sua autobiografia del 2006 ammette di essere stato di leva nelle Waffen-SS il braccio armato dell’organizzazione paramilitare del nazismo, nei mesi finali della guerra.


 I commenti di Grass mercoledì scorso hanno suscitato dure critiche. 
 L’ambasciata israeliana in Germania ha reagito affermando che «Quello che anche deve essere detto è che Israele è l’unica nazione al mondo il cui diritto ad esistere viene messo in discussione». Proseguendo: «Vogliamo vivere in pace con i nostri vicini della regione». 


 Deidre Berger, direttore dell’American Jewish Committee di Berlino, ha dichiarato che «Günter Grass sta ribaltando la situazione difendendo un regime brutale che non solo disprezza ma apertamente viola da svariati anni degli accordi internazionali». 


 Charlotte Knobloch, ex guida della comunità ebraica della Germania, ha detto che «La minaccia alla pace nel mondo è l’Iran ed Israele è l’unica democrazia dell’area ed anche l’unica al mondo il cui diritto ad esistere sia apertamente messo in dubbio». 


 La cancelliera tedesca Angela Merkel è un fedele alleato di Israele ed il suo portavoce ha reagito freddamente alle osservazioni di Grass. 


 Steffen Seibert ha detto: «In Germania c’è la libertà di espressione artistica, e fortunatamente c’è anche la libertà, per il governo, di non dover commentare ogni produzione artistica». 


 L’avvocato Ruprecht Polenz – membro dei Cristiano Democratici della Merkel e capo del comitato Affari Esteri del parlamento – ha dichiarato al quotidiano Mitteldeutsche Zeitung che Grass era un grande autore «ma ha sempre avuto difficoltà nel parlare di politica, ed il più delle volte sbaglia». 


 Si riferisce abbia poi detto: «La nazione che ci spaventa è l’Iran, ed il suo componimento distoglie l’attenzione da tale fatto».

sabato 10 marzo 2012

CUCIRO' LA BANDIERA DEL NUOVO RE


PIA DEIDDA 




Margheritedda accettò quel compito con una punta di stizza e malcelato risentimento; subito, appena il messo inviato dal viceré di Cagliari si presentò quella mattina con la richiesta.
«Richiesta? Più un ordine che una richiesta!» aveva detto con una punta di disappunto guardando negli occhi l'altezzoso uomo che, non sopportando lo sguardo linguacciuto della giovane donna, girò la testa di lato cercando di ignorare quello che aveva sentito.
«Benedette donne sarde» disse fra sé «che caratterino hanno!».

Margheritedda prese in mano il foglio con l'ordinanza che le porgeva il messo e si chiese se questi avesse la minima idea di cosa volesse dire essere sartina, analfabeta e donna in quel tempo e in quel luogo. 
Ma la stupidità umana non ha confini né di tempo né di luogo disse 
Appena l'uomo se ne andò via, altezzoso nella sua divisa e con le spalle alzate in segno di disappunto per avere avuto a che fare con quella donna così selvatica, la madre chiuse in fretta la porta sprangandola bene. 
«Figlia mia, ma come puoi comportarti così davanti alla guardia? Lui sta svolgendo solo il suo lavoro e risponde solo a degli ordini!».


 «Mamma ma non ti rendi conto cosa devo fare? Anzi, cosa mi obbligano a cucire?». 
«E' solo una bandiera». 
«Solo una bandiera? E' la bandiera piemontese mamma!». 
«Figlia mia, cuore mio stimato, abbi pazienza. 
Tante ne abbiamo viste e tante ne vedremo ancora. 
E poi, pensa che orgoglio! Sei stata scelta dal nuovo Re perchè sei la sarta più brava di tutta la Sardegna!». 


«Mamma mia come è facile piegarsi a chi ci comanda e ci sfrutta!». 
«Margheritedda...». 
«Basta ma'! Non ti preoccupare, cucirò questa bandiera. Sempre bianca, croce rossa al centro con i quattro mori e, questa volta, i simboli della casa Savoia al centro. Eccome se la cucio! La cucio ma', non ti preoccupare! Cucirò la bandiera del nuovo Re». 
La donna si rasserenò, non erano certo quelli i tempi per ribellarsi; e poi, due donne sole come loro non potevano permetterselo. 
 governanti cambiano in questa terra e l'uno non è diverso dall'altro, la figlia era troppo giovane per comprenderlo. 
Mentre rimuginava fra sé prese l'involto racchiuso nella bianca tela di canapa che il messo aveva messo sul tavolo vicino all'ordinanza reale e pensò che con quella si sarebbe potuto fare un bel lenzuolo. Aprì l'involucro con tutta la curiosità che aveva represso fino a quel momento. 
«Mi' Margheritedda, guarda che stoffa! Ma è seta? Raso di seta, ma che bellezza: bianca, rossa, nera, ma anche gialla...E guarda che fili per cucire e ricamare! Si vede che è roba regale!». Margheritedda si avvicinò e prese in mano le stoffe, ne soppesò la leggerezza. 
Una bella consistenza questo tessuto lucente, nato per resistere alla forza di questo nostro vento di Sardegna, pensò. Immaginò la sua bandiera sventolare dall'alto di una lunga asta posta sul grande bastione che dava verso il mare e osservata con orgoglio da tutta la cittadinanza lì presente a ricevere il nuovo Re in visita. 


«Sarà una bella bandiera, mamma. Vedrai come sarà bella!». 
La donna tirò un sospiro di sollievo; ora sì che poteva dormire tranquilla, sua figlia si era di colpo rinsavita. 
 Margheritedda si alzò presto il giorno dopo e si mise subito all'opera, non voleva perdere tempo; il lavoro che si apprestava a fare doveva essere molto accurato e le avrebbe richiesto un po' di giorni. 
Prese l'involucro dove erano conservati stoffe e fili; all'interno c'era un rotolo di cartoncino, lo spiegò sul tavolo, era il disegno modello per la bandiera. 
Quel primo giorno l'avrebbe imbastita: croce rossa su campo bianco. 
Il giorno successivo l'avrebbe dedicato alla cucitura e gli altri a seguire al ricamo dei quattro mori e del simbolo sabaudo centrale. 
Per chi cuce le giornate sono scandite dalla presenza della luce solare, all'accendersi del primo lume si smette. 
Non è solo la pratica del risparmio ad accompagnare questa consuetudine ma perchè gli occhi di una ricamatrice devono preservare una buona visione per tanti anni a venire. 
E così le lunghe giornate di Margheritedda passavano silenziose all'interno della cucina, in quell'angolo sempre lindo e ordinato che le era stato concesso per condurre con serenità il suo lavoro. 


 Il messo arrivò il giorno stabilito per ritirare la bandiera, tutto doveva essere predisposto con solerzia e puntualità per l'arrivo del nuovo Re.
 Margheritedda gliela porse con una riverenza cortese e l'uomo la guardò dubbioso. «Guarda come è cambiata adesso che si prende i soldi», pensò prendendo il pacco contenente la bandiera e sporgendole con astio la sacchetta con i soldi sonanti. 
 Margheritedda il giorno dell'arrivo del Re si vestì con l'abito più bello che avesse, l'abito della festa. Di quelle feste importanti che segnano il calendario liturgico con una croce d'oro. 
Se l'era preparato nei giorni inoperosi lasciati vuoti dalla mancanza di commissioni, cucito attentamente e ricamato altrettanto amorevolmente. 
Il suo era sempre un lavorare pignolo e appassionato. 
«Beato l'uomo che ti sposerà» le dicevano le amiche «se verrà trattato come questo tessuto».
 E dalle sue abili mani anche il panno più ruvido e dozzinale acquistava una nobile forma. Mentre passava il corteo dell'aristocrazia sarda in pompa magna seguito dai notabili e dagli alti prelati, Margheritedda si dispose dietro un gruppo di popolani chiassosi che si erano messi proprio in direzione del bastione da dove sporgeva la lunga asta che avrebbe portato la nuova bandiera vessillo del nuovo potere. 
Era gente più che altro curiosa di vedere quel cambio di governo e dubbiosa se le cose sarebbero cambiate in meglio o in peggio da quel momento. 
Poco distante un gruppo di bambini sventolanti piccole bandierine fatte di stracci schiamazzava talmente forte che non si capiva bene se erano improperi d'insulto o frasi d'esulto.


 Il nuovo padrone non conosceva ancora quella strana lingua del posto e i soldati locali fecero finta di nulla. 
Le trombe annunciarono l'arrivo del Re piemontese che si affacciò, imponente nella sua divisa carica di decorazioni e medaglie, dall'alto delle mura. 
Un cannone a salve azzittì tutti con un boato, facendo tacere anche il gruppo di bambini esagitati. La cerimonia dell'alza bandiera iniziò. 
Tutti i soldati disposti in file ordinate si misero sull'attenti e uno di loro, staccatosi dal gruppo, si dispose sotto il pennone; prese l' involucro che gli porse il messo, lo aprì e dispiegò la bandiera. La fissò al sistema di funi che l'avrebbero issata in alto sul pennone. 
L'aria fino a quel momento calma e ferma si mosse trasportata da un vento bizzarro proveniente dal mare che incominciò a giocare con la stoffa. 


Ad un suono di tromba il soldato innalzò la bandiera che incominciò a salire attorcigliata dal soffio dispettoso; ma, quando arrivò su in alto, il vento gentilmente la allargò interamente e la mostrò in tutta la sua ampiezza.
 Un «Oh!!!» di stupore corse e si alzò dalla folla incredula. «Guardate la bandiera!». «Guardate i quattro mori!».«Hanno la benda sugli occhi!» gridò qualcuno più spavaldo «Sì, dalla fronte la benda è scesa sugli occhi». «E non hanno più la coroncina!». 
La folla fra risatine, gomitate e schiocchi di lingua, batté le mani. Margheritedda guardò la sua opera che il vento dispiegava in tutta la sua sfrontatezza e sorrise. 
In quel mentre si avvicinò il messo del Re e i loro occhi s'incontrarono, anzi si fronteggiarono orgogliosi gli uni e perplessi gli altri. 
La ragazza sempre con un sorriso sottile e malizioso prese dalla tasca la sacchetta dei soldi e l'aprì. 
Le monete non fecero in tempo a posarsi sulla sua mano che già volavano alte in direzione dei bambini che, spintonandosi a vicenda, cercarono di accaparrarsene almeno una. 
Il messo si fermò, sorrise e con un debole cenno del capo salutò la coraggiosa ragazza prima di tornare sotto la bandiera. 


 La prima benda calata sugli occhi per non vedere tutti i morti, compreso mio fratello e mio padre, mai tornati da una guerra in un paese che non ci appartiene. 
La seconda benda calata sugli occhi per tutte le tasse che sono aumentate e alimentano le casse di un governo che spende e investe i soldi di noi poveretti in un paese che non ci appartiene. 
La terza benda calata sugli occhi per tutto il grano, il legname, il carbone, l'argento e ogni altro ben di dio che vengono pagati un soldo e sono portati in un paese che non ci appartiene. 
La quarta benda calata sugli occhi per non vedere questo tronfio Re di un paese che non ci appartiene. sé e tenendo per sé tutta l'acredine che covava nel cuore e nella pancia.



© Pia Deidda 2012






... quanto di più pragmatico , poetico si può leggere oggi tra le righe di questa  storia scritta da Pia con ardore di un sentimento pulsante e profondo, una  passione che apre i nari al profumo della nostra terra, scritto che impartisce saggezza insegnando dove nasce la dignità, l'essere degni di rappresentare lo spirito critico della nostra poeta, quanto vorrei che tutto il nostro popolo fosse ammantato di questa bella e splendente stoffa!! Grazie Pia 
Sayli Vaturu

domenica 15 gennaio 2012

Centesimale dignità


 http://enricameloni

Enrica Meloni

Funesta sorte,

famelico guaire di quel che bramato fu.

Turpitudine nell’innocenza d’una irrisoluta richiesta.

Nota mai musicata,

silenzio d’un piangente spasimo.

Sconnesso discorrere allo stremo delle cause.

Come un guanciale assente

mai il capo s’adagiò in regal riposo.

Arsura,

Strillo d’un adagio

che nei lembi della fame divenne piaga morente.

Da un dolente parto funereo

in te nacquero travagli.

Excursus innominati nella stagione dei languori.

Flaccide speranze nei pergolati della pietà.

Irredenta fame,

centesimale dignità,

sfrattata ed infangata nell’asfalto dei silenzi.

mercoledì 11 gennaio 2012

Solo ai piedi..................



Solo
ai piedi della Poesia
io m'inginocchio...

Nella sua casa
entro scalza, ogni volta,
lasciando
insanguinata
traccia di passi.
Non sa dire
più nulla la mia lingua
trapassata
da spine di singhiozzi
e dall’acerbo
mirto del dolore
legata stretta.

Entro, lacera e ansante.
Spoglie di guerra
trascinando ed armi
e bandiere e piani
di battaglia!
... E questo mio cuore
ribelle e dirupato,
scosceso
ieri al volo dell’astore
ed ora vinto e squarciato
dal’implacabile
lampo del rifiuto...

Tutte metto ai suoi piedi
le sconfitte, tutta
la pena e a capo chino
m’inginocchio
su quel ciglio d’abisso.

Ed ogni volta
grazia mite e smisurata
mi solleva
e riconciliata
riprendo cantando
il mio cammino...

P. Alcioni - 4 maggio 2011
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martedì 10 gennaio 2012

Te necesito


Te necesito como el pincel al pintor,
como necesita la pluma al poe...ta,
te necesito como el odio al amor,
como necesitó Romeo a Julieta.

Te necesito como el relato al lector,
como al titiritero la marioneta,
como la gloria necesita al vencedor,
como la tarta de queso a la receta.

Te necesito y hoy bastante más que ayer
aunque te necesitaré más mañana,
te necesito y a su vez te quiero mujer,
te necesito de una forma freudiana,
te necesito y qué carajo le voy a hacer
si esta necesidad me mata de ganas.


[Aitor Cuervo Taboada]